Categorie: Sharing Economy | Autore: Monica

Sharing economy è la nuova buzzword del momento. ‘Sharing is the new caring’ il motto al quale si sta sviluppando. E tante sono le domande che sta portando con sé:

Il mercato emergente della sharing economy (SE), stimato intorno ai 600 miliardi di dollari l’anno (PwC, 2014), prende forma in una specifica congiuntura caratterizzata da: crisi economica globale iniziata nel 2008; forte processo di urbanizzazione; inquinamento ambientale e cambiamento climatico; erosione dei legami sociali nei contesti urbani e inasprimento della disuguaglianza sociale (Piketty, 2014).

In questo contesto le persone hanno iniziato a mettere in discussione i tradizionali postulati di crescita sociale ed economica, e quindi l’intero sistema capitalistico, e a domandarsi di cosa avessero realmente bisogno e come estrarre valore dalle cose/competenze già possedute. Il successo della Sharing Economy è in parte proprio legato alle nuove possibilità offerte in termini di riduzione dei consumi e crescita delle opportunità economiche e finanziarie. Chiunque può ottenere un piccolo profitto semplicemente condividendo i propri asset e può accedere, a basso costo, ad un’ampia gamma di beni e servizi che altrimenti gli rimarrebbero preclusi.

Ogni proprietà può trasformarsi in un potenziale profitto, ogni persona in un potenziale imprenditore.

Nuove tecnologie e web 2.0 (social, geolocalizzazione, mobile, ecc.) hanno fatto esplodere quello che in fondo non è altro che “la reinvenzione di tradizionali comportamenti di mercato, come lo scambio, il noleggio, il prestito, il dono, che vengono riformulati, grazie alle nuove tecnologie, in modi nuovi e ad una scala impensabile prima” (Botsman, 2010). Le tecnologie sono i veri abilitatori che hanno reso possibile l’emergere di questo nuovo sistema basato sull’uso condiviso di beni e servizi sottoutilizzati o non utilizzati. L’Internet delle Cose (IoT), i miliardi di sensori che connettono persone, oggetti e dati consentono di usare quello che serve solo per il tempo che serve, senza accumulare, semplicemente connettendosi alla rete.

Tutto questo ha fatto esplodere quella che può essere definita vera e propria intelligenza collettiva,

alimentando un’ondata di social innovation alla ricerca di nuove soluzioni per vecchi problemi (housing, disoccupazione, gap intergenerazionale, aumento disuguaglianze sociali, ecc..).

Le persone hanno iniziato ad attivarsi, comprendendo la necessità di uscire dai vecchi schemi di pensiero per attivare nuovi mindset capaci di comprendere e attivare il potenziale offerto dalla rete e individuare nuove soluzioni prima impossibili da realizzare.

Dal punto di vista delle pratiche c’è un’enorme varietà:

  • si va dagli spazi di lavoro condivisi (co-working)
  • a forme di scambio legate alla mobilità (carsharing, bikesharing, carpooling)
  • o all’accoglienza (couchsurfing, housing swap…),
  • passando per social eating e home restaurant,
  • ci sono piattaforme per lo scambio di oggetti, conoscenze, tempo e servizi, formule di co-housing
  • servizi di welfare (come le Social Street, o le badanti di condominio),
  • spazi di progettazione e produzione comune (makerspaces, FabLab)
  • orti urbani e giardini condivisi,
  • fino ad arrivare al settore della finanza (peer-to- peer lending, monete complementari, assicurazioni collaborative, crowdfunding…)
  • e dell’educazione (collaborative learning, open courses, condivisione di competenze…).

Benita Matofska di “The People who Share” la definisce un ecosistema socio-economico costruito introno alla condivisione di risorse umane, fisiche e intellettuali.

Un ecosistema nel quale si toccano la creazione, la produzione, la distribuzione, il commercio e infine il consumo condiviso di beni e servizi da parte di persone e organizzazioni diverse, abbracciando sia ambiti prettamente economici sia ambiti più legati alla socialità e alla creazione di comunità.

Tutto questo lascia intendere che sotto l’etichetta generica di sharing economy ricadano in realtà una moltitudine di pratiche, anche molto diverse tra loro (come accomunare la Social Street di Via Fondazza, e il suo valore intrinseco, al servizio offerto da una piattaforma come Airbnb? Come paragonare TimeRepublik con Taskrabbit?) e con mission completamente diverse.

Genericamente si parla di sharing economy ma in realtà le distinzioni che si potrebbero fare sono molte. Rachel Botsman, autrice di What’s mine is yours già nel lontano 2010 aveva proposto una distinzione tra alcune delle pratiche principali, distinguendo ad esempio tra: On demand economy, Gig economy (economia del lavoretto), Peer2peer economy, Collaborative economy e Collaborative consumption.

E se da un lato c’è addirittura chi sostiene che la vera economia della condivisione sia quella che non prevede scambio monetario (Vedi Russel Belk), dall’altro c’è chi pensa che la SE sia un’economia ibrida che in fondo comprende un pò tutto, tanti e diversi aspetti (vedi Benita Matofska): scambio, acquisto collettivo, consumo collaborativo, proprietà condivisa, valore condiviso, cooperative, co-produzione, riciclaggio, upcycling, redistribuzione, p2p, microfinanza, micro-imprenditorialità, social media, Mesh (vedi Liza Gansky), economia circolare, economia on-demand, crowdfunding, crowdsourcing, futurologia (che giuro esiste, ho conosciuto una futurologa tedesca a un convegno), open source e open data, cradle-to- cradle, gig economy, UGC – user-generated content, ecc..

Ad ogni modo tra le varie pratiche esistono degli elementi di fondo comuni:

  •  Propensione alla condivisione
  •  Presenza di una piattaforma tecnologica, che consente l’instaurarsi di
  •  Relazione alla pari (peer-to- peer) 
  •  Superando le distanze geografiche e le normali distinzioni produttore/fornitore/acquirente
  •  Presenza di un buon numero di utenti (massa critica – senza utenti il servizio muore)
  •  Impiego di idling capacities (risorse sottoutilizzate)
  •  Fiducia negli sconosciuti (vera moneta di scambio di questo modello – vedi sistema dei feedback, algoritmi per la definizione della reputazione online ecc.) 

Fin qui tutto fantastico.

Tuttavia, alcune dei principali player della Sharing Economy negli ultimi anni hanno avuto una crescita esponenziale evidenziando la tendenza a riprodurre gli stessi schemi (di deprivazione per alcuni e arricchimento per altri) tipici del sistema capitalista e ad alimentare alcuni effetti per così dire perversi.

Spesso dietro alla bandiera della condivisione si celano normali multinazionali milionarie e proprietarie, che sfruttano gli utenti per vendere l’impresa. Airbnb e Uber, così come Lyft e Taskrabbit, hanno sicuramente dato il via ad un modello veramente disruptive che ha completamente rivoluzionato il mercato offrendo qualcosa prima inesistente e portando il servizio a crescere al punto da superare i business tradizionali degli stessi settori. Tuttavia, stanno innescando effetti perversi non indifferenti. Invito quindi ad approfondire alcuni aspetti, che qui cito solo brevemente.

Instaurarsi di processi di gentrification: dove ci sono molte case in affitto con Airbnb e quindi dove aumentano gli affitti a breve termine, aumentano anche i prezzi degli immobili. Semplificando: per i residenti i costi degli affitti spesso risultano non più sostenibili e questa “popolazione” residente viene di fatto espulsa per lasciare spazio a chi è economicamente in grado di far fronte alle spese in crescita di quel quartiere… (ci sono molti articoli relativi agli effetti su diverse città, come Amsterdam, Barcelona, NY, o su specifici quartieri)

Questo determina anche un cambiamento dell’identità del quartiere, che si trova abitato da persone completamente diverse da coloro che hanno reso il quartiere stesso appetibile e interessante per i turisti che usano Airbnb.

– Inoltre, spesso sulla piattaforma offrono alloggio persone che non vivono fisicamente in quella casa, ma possiedono una seconda casa che usano come fonte di guadagno attraverso gli affitti a breve termine; oppure non sono privati ma real estate a possedere interi appartamenti e a metterli a disposizione su AirBnb, oltre che sulle piattaforme dei maggiori competitor di AirBnb. Viene quindi a mancare del tutto l’aspetto di relazione e conoscenza di nuove persone che ha caratterizzato la piattaforma all’inizio.

– Altro aspetto da considerare e di notevole importanza: la precarizzazione del lavoro. Le piattaforme che propongono il coinvolgimento in piccole attività dietro compenso (economia del lavoretto), stanno consolidando il ruolo delle classi abbienti che, dotate di potere economico, possono, con un solo click avere a disposizione qualcuno per portare i vestiti in lavanderia, qualcuno per fare la coda alle poste, qualcuno per la spesa, qualcuno per la passeggiata del cane ecc..

Lauren Smiley parla di Shut-in economy e scrive: “In the new world of on-demand everything, you’re either pampered, isolated royalty — or you’re a 21st century servant”. I driver di Uber non hanno nessun potere di controllo sulle decisioni dell’azienda, ma su di loro ricade tutta la responsabilità dell’attività che svolgono, possono essere “disabilitati” in qualsiasi momento, l’azienda decide quale percorso devono seguire e se applicare delle tariffe scontate (magari in occasione di scioperi dei mezzi pubblici) e trattiene il 20% del costo pagato dagli utenti per servizio per ogni corsa.

Dell’inuguaglianza legata a queste piattaforme ne parla diffusamente anche Juliet Schor del Boston College, una delle principali esperte in materia, che ho avuto l’onore di conoscere di recente.

La Schor sottolinea ad esempio che Uber è diventata famosa per i suoi prezzi predatori, per le pratiche anti- competitive verso altre compagnie di ridesharing, per le politiche bait-and- switch (pubblicità basata su prodotti civetta), per l’invasione della privacy e per il forte sessismo. Altro caso di recente sotto i riflettori riguarda Foodora e i suoi bikers che denunciano condizioni di precarietà estrema e stipendi da fame.

Macinano km ogni giorno per effettuare le consegne in bicicletta a fronte di pochi euro (circa 2,70 a consegna effettuata, in Italia), senza percepire un fisso, con la conseguenza che per tutto il tempo in cui non arrivano ordini non vengono pagati. La bici, lo smartphone e le spese telefoniche sono sempre a loro carico. Inoltre non essendo ufficialmente dipendenti i bikers lamentano di non avere ferie, tredicesima, contributi, accesso ai sussidi di disoccupazione né malattia.

Lo stesso vale ovviamente anche per Uber e per tutte le piattaforme che seguono lo stesso modello.

– Tom Slee nel volume “What’s Yours is Mine” (OR Books, pp. 214) ci dice che

“quello che era nato come un appello al senso di comunità, alle interazioni tra persone, a sostenibilità e condivisione, è diventato il campo da gioco di miliardari, di Wall Street, di venture capitalist che spingono le loro convinzioni sul libero mercato sempre più a fondo nelle nostre vite personali”.

Trebor Scholz (2012, 2014) invita a non confondere progetti di reale condivisione, con altri che sfruttano i lavoratori per ottenere un profitto, e addirittura sostiene che la sharing economy non è altro che la prosecuzione del Reganismo con altri mezzi . Bauwens (fondatore della p2p Foundation) parla di forme di condivisione estrattive e sfruttatrici, che definisce “netarchical capitalism” (Bauwens and Kostakis, 2014).

Mentre Neal Gorenflo (fondatore di Shareable.net – date un occhio al sito) ne parla in termini di “Death Stars” e, utilizzando la metafora della matrix, invita a scegliere la pillola giusta tra la blue e la rossa, tra una SE transazionale (che guarda al profitto e si traduce nella convenienza di alcune piattaforme che offrono servizi con un solo touch sullo screen) e una trasformazionale (che guarda alle persone e implica un duro lavoro trasformativo a beneficio della collettività/comunità).

Ancora, Lobo, un tech blogger tedesco di Der Spiegel, ci dice che “quello che è chiamato sharing economy è solo un aspetto di uno sviluppo più generale” che lui identifica come una nuova qualità della digital economy, e che definisce “platform capitalism”.

Enfatizza che piattaforme come Uber e Airbnb sono più che semplici marketplaces online; non connettono semplicemente domanda e offerta tra utenti e aziende, ma agiscono come ecosistemi che connettono potenziali clienti con chiunque, dai privati alle multinazionali; questa è la vera innovazione introdotta dalle compagnie del platform capitalism, che tuttavia è lontana anni luce dalla vera condivisione e invece rappresenta una mutazione del sistema economico dovuta all’applicazione della tecnologia digitale. Evgeny Morozov considera la sharing economy “a kind of laissez-faire/liberalism under steroids” e Tilman Baumgärte parla di a “shadow economy”, sempre più distante dallo scopo originario della Sharing Economy. E così molti altri, che in sostanza sottolineano che l’errore più grande che possiamo fare è chiamarla attività, che solo apparentemente hanno la condivisione come tratto comune.

– Si lega a questo l’importanza anche di regolamentare questi servizi, e di tassarli laddove necessario. In Europa alcuni stati hanno un atteggiamento più attendista, e si propongono di seguire gli sviluppi del fenomeno prima di imporre regole e normative che potrebbero limitare o soffocare l’innovazione. La stessa Unione Europea invita a trovare soluzioni di regolamentazione che pur consentendo di evidenziare le zone grigie non frenino lo slancio all’innovazione che si manifesta attraverso queste piattaforme. In Italia l’Intergruppo Innovazione, guidato dalla giovanissima Veronica Tentori, lo scorso anno ha presentato una proposta di legge per la sharing economy, (suscitando notevole interesse e dibattito) lanciando una consultazione online a cui tutti potevano partecipare con idee, suggerimenti, ecc.. (in vero stile collaborativo).

Il presupposto era che la mancanza di regole non è positiva per nessuno, né per i consumatori, né per i gestori di piattaforme, e che invece è necessario un approccio di sistema trasversale ai singoli settori professionali. Quindi la proposta consisteva in una legge quadro che potesse fare da cornice permettendo in un secondo momento di procedere con una regolamentazione più completa. Molti degli operatori pur riconoscendone l’importanza ne hanno evidenziato i limiti e dato indicazioni di modifica per evitare che, in definitiva, fossero proprio i grossi player a beneficiarne e non le startup più piccole che necessitano di maggior supporto per emergere. In Italia, inoltre è stata anche presentata una proposta di legge ad hoc sull’home restaurant, approvata alla Camera e ora in attesa al Senato.

Detto questo, ci sono molte realtà, anche italiane, che stanno sviluppando modelli di business rispettosi delle persone, e con un approccio maggiormente collaborativo. Ogni anno Sharitaly e Collaboriamo presentano una mappatura della situazione italiana, nella quale emergono le caratteristiche dei nuovi imprenditori che si lanciano in questo ampio settore e gli ambiti maggiormente interessati.

La mappatura 2016 è visibile qui. Inoltre alcuni esperti intravedono nel platform cooperativism un’alternativa valida per utilizzare le nuove tecnologie in modo più equo in termini lavorativi, e rispettoso dei lavoratori, ma questo è un altro articolo. Per concludere, di recente Benita Matofksa ha indicato quelli che, a suo avviso, dovrebbero essere i principali 10 mattoncini costitutivi su cui dovrebbe basarsi una vera Sharing Economy:

1.Le persone, dovrebbero essere il cuore dell’economia della condivisione:

singoli individui, comunità, aziende, organizzazioni, associazioni, tutti coloro che sono profondamente coinvolti in un sistema di condivisione altamente efficiente, al quale contribuire per il bene di tutti, nel quale i diritti umani sono rispettati e salvaguardati e in cui ognuno è anche fornitore di beni e servizi, creatore, collaboratore, produttore e distributore alla pari, da persona a persona . La micro- imprenditoria è celebrata, e all’interno del business idee e opinioni di tutti sono rispettate e integrate.

2.La produzione/co-produzione dovrebbe avvenire in modo collaborativo,

collettivo o cooperativo tra le persone, organizzazioni e comunità in quanto partecipanti attivi del sistema.

3.Il valore e il sistema di scambio che sta alla base è inteso non sono finanziariamente ma anche da un punto di vista economico, ambientale e sociale.

Si abbracciano monete alternative, monete locali, banche del tempo, investimenti sociali e capitale sociale e ci si basa su beni sia materiali che immateriali, incoraggiando un uso più efficiente delle risorse.

4.La distribuzione dovrebbe avvenire in modo efficiente e al contempo equo a scala locale, regionale, nazionale o globale

I modelli di proprietà condivisa, come le cooperative, gli acquisti collettivi e il consumo collaborativo sono caratteristiche di una SE che propone una distribuzione equa degli asset a beneficio della società nel suo insieme.

5.Il pianeta, che insieme alle persone rappresenta il cuore del sistema economico.

Creazione di valore, produzione e distribuzione dovrebbero operare in sinergia o armonia con le risorse naturali disponibili, non alle spese del pianeta, promuovendo la dimensione umana, il capitale sociale e la sostenibilità ambientale.

6. Il potere: la Sharing Economy dovrebbe abilitare i cittadini economicamente e socialmente, e rendere possibile una redistribuzione economica e sociale del potere

Consentendo alle persone di essere parte dei processi di policy making, co-produttori della propria città, coinvolti attivamente nello sviluppo della propria comunità. Un sistema che dovrebbe quindi promuovere paghe eque, ridurre l’inuguaglianza e la povertà (v. Fairtrade)…

7. Leggi condivise: regole, politiche, leggi e standard dovrebbero essere creati in modo democratico

per abilitare e incoraggiare la partecipazione a tutti i livelli, incentivare le pratiche di condivisione tra i cittadini (come car sharing, commercio p2p, ecc) e favorire la creazione di fiducia.

8.Comunicazioni: in una vera forma di Sharing Economy l’informazione e la conoscenza sono condivise, aperte e accessibili

Tecnologie e social network abilitano i flussi di comunicazione e supportano la condivisione di informazioni. L’accesso all’educazione di alto livello è promosso attraverso servizi sia pubblici che privati, tutti sono abilitati ad accedere alle informazioni, in un’ottica di “share more”.

9.Cultura: salute, felicità, fiducia, sostenibilità sono le caratteristiche di fondo, la condivisione è vista come un attributo positivo, le persone celebrate, incoraggiate e abilitate

Una cultura della condivisione dovrebbe attraversare tutti i settori, le geografie, generi, religioni e etnie, celebrando la diversità e incentivandola.

10.Futuro: una Sharing Economy robusta, sostenibile economicamente e costruita intorno ad una visione di lungo periodo

Sempre attenta agli impatti e alle conseguenze delle azioni odierne sul futuro. Pensiero e approccio sistemico sono necessari per il successo di questo tipo di Sharing Economy.

Alla luce di quanto letto, cari amici inciters, come possiamo fare in modo che la SE mantenga lo spirito e i valori iniziali, senza trasformarsi nel campo da gioco di multinazionali miliardarie?

 Come possiamo far emergere il piano di condivisione orizzontale delle piattaforme di sharing economy?

Come possiamo offrire servizi che siano utili, equi, rispettosi, e di beneficio per tutti e non solo per la piattaforma che li propone?

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Monica Bernardi

Monica Bernardi, Ph.D in Qualità della Vita nella Società dell’informazione. Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’università Milano-Bicocca. Mi occupo di Smart City, Innovazione Sociale, Sharing Economy, Sharing City e di Urban Commons. Adoro viaggiare e visitare i luoghi dell’innovazione, conoscere creativi e innovatori e far incontrare pubblico e privato in nuovi progetti di innovazione. Negli ultimi quattro anni, prima per il dottorato poi per proseguire la ricerca, ho studiato il fenomeno della sharing economy, ne ho seguito gli sviluppi e me ne sono appassionata.

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